‘American Horror Story: Hotel’, grottesco e disturbante

Se l’horror cinematografico mi sembra languire nella ripetitività di moduli narrativi al tempo stesso adolescenziali e ormai vecchi, quello televisivo qualcosa regala. La serie American Horror Story offre stagioni monotematiche unite da fili a volte sottilissimi e qualche rimando, oltre che un tono grottesco e disturbante. Mette in scena gli stessi attori in ruoli differenti in una galleria di specchi da tunnel dell’orrore. Come già ho detto in altra occasione, il gradimento della singola stagione dipende dal tema che allo spettatore può restare più o meno gradito. Dopo Freak Show che era un pugno dello stomaco ma si presentava più come un melodramma che una vera e propria storia horror, Hotel cambia decisamente registro.

Forse ci voleva un cambio della guardia al vertice. Per sopraggiunti limiti di età (credo), Jessica Lange che pure è stata bravissima nelle stagioni precedenti, lascia il posto a Lady Gaga che rivela insospettate capacità recitative (e in perizoma sta benissimo…). Il tema dell’albergo maledetto richiama Shining e altre vicende di fantasmi (che ci sono e in abbondanza) ma si mescola con una storia di serial killer alla Seven, a Miryam si sveglia a mezzanotte, persino ai bambini perduti che son sempre inquietanti. Ovviamente il tema modaiolo e hipster suggerito dalla presenza di Lady Gaga impone una virata ‘gaya’ a tutta la vicenda senza però esagerare in tal senso e diciamo che ci sta. S’intrecciano file, paure, ricordi, l’idea del luogo che rimanda a orrori di un’epoca passata è comune a tutta la serie, ma qui è svolto molto bene e l’orrore, bello truculento, emerge da ogni stanza e anfratto della vicenda con una marea di citazioni che si possono seguire, ma anche no.

Ottimi interpreti tra i quali emerge Kathy Bates, ma non scordiamo Angela Bassett nel ruolo di antagonista della contessa. Un poliziotto ossessionato e il fantasma di un maestro dei serial killer fanno da collante a una vicenda che ha alcuni colpi di scena visionari( l’heroic bloodshed a pistolettate che termina la decima puntata), ma forse il tono cade un po’ nel melò nelle ultime due puntate in cui la storia è praticamente finita e la preoccupazione degli sceneggiatori (che sono differenti dal resto della serie) è quella di chiudere in maniera a suo modo consolatoria la vicenda dei personaggi. Dimostrazione che in questo tipo di racconti la tensione richiede tempi ristretti. A parte questo, davvero intrigante.

Stefano di Marino

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