Gabe Ibáñez e l’evoluzione del pensiero artificiale

Gabe Ibáñez, il regista di Automata, in un’intervista in esclusiva a Weird Movies parla della sua visone della fantascienza

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Gabe Ibáñez, l’intervista

 

Automata è ambientato in un futuro prossimo decadente che sta andando incontro ad un progressivo e irreversibile processo di desertificazione. La razza umana è in piena lotta per la sopravvivenza, per questo motivo sono stati creati milioni di robot. Questi androidi quantistici, gli Automata Pilgrim 7000, sono in grado di lavorare più a lungo e più duramente dell’uomo, senza grossi consumi di risorse, ormai molto limitate. I robot devono seguire due protocolli: non sono autorizzati a danneggiare nessuna forma di vita, compresa quella umana, e non posso alterare, potenziare o riparare se stessi. Jacq Vaucan è un agente assicurativo che lavora per la ROC Robotics Corporation, la società leader nel campo dell’intelligenza robotica, che produce e ripara i robot. Il compito di Jacq è quello di verificare malfunzionamenti o violazione dei protocolli. Durante le sue indagini scopre che le macchine si sono evolute in modo sorprendente e inatteso, diventando una possibile minaccia per il futuro dell’umanità.

Gabe Ibáñez è un regista spagnolo talentuoso con un passato da artista nel campo del 3D e come supervisore di effetti digitali nel mondo del cinema e della pubblicità. Nel 2001 ha fondato la UserT38, compagnia impegnata nella pre-produzione e nella post-produzione digitale. Ha ricevuto ottime recensioni per il suo primo lungometraggio, intitolato Hierro, ma ha mostrato il meglio di sé con il suo ultimo lavoro, Automata: un’incredibile storia incentrata sull’evoluzione autonoma dei robot. Gabe Ibáñez affronta il tema dell’intelligenza artificiale, ma non lo fa in maniera fredda e superficiale come la gran parte dei blockbuster americani. Il suo è uno sguardo triste, senza speranza, su un mondo in pieno declino, distrutto dalle nostre stesse mani. Servendosi di una fotografia sporca e scura nella prima parte, polverosa e accecante nella seconda, un montaggio attento e preciso, una colonna sonora malinconica, una trama degna del miglior Asimov e un Antonio Banderas in grande spolvero, il regista spagnolo confeziona uno dei migliori film di fantascienza degli ultimi anni.

 

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WT: Autómata è il tuo secondo lungometraggio, dopo il buon risultato di Hierro nel 2009. Perché hai atteso così tanto tempo prima di ritornare dietro la macchina da presa?

Gabe Ibáñez: Autómata è un film che non soddisfa gli standard della fantascienza contemporanea. In questo momento i confini tra il fantasy e la fantascienza non sono per niente chiari, al punto che film come The Avengers sono considerati fantascienza. Autómata ha più in comune con i film di fantascienza realizzati negli anni Sessanta e Settanta, che sono più realistici e che hanno aspirazioni estetiche e temi ben diversi da quelli del fantasy. Non è facile girare un film che va contro gli standard del mercato e, in qualche modo, Autómata fa proprio questo. Ecco perché ci è voluto così tanto tempo per trovare i partner giusti per intraprendere questo viaggio.

 

WT: Com’è nata la storia?

Gabe Ibáñez: La mia fidanzata mi ha fatto vedere un sito di tecnologia che riportava la notizia di alcuni ingegneri che avevano progettato una stampante 3D in grado di creare quasi tutti i pezzi necessari per creare un’altra stampante 3D identica alla prima. Quest’idea di una macchina in grado di replicare se stessa era incredibilmente interessante. Così come il concetto di un robot primitivo (che è quasi un ossimoro, ma allo stesso tempo una metafora degli esseri umani) realizzato con l’idea di ricerca per la riproduzione. Questi due concetti sono stati i punti di partenza della storia.

 

WM: Hai ambientato la storia in un mondo ‘pre-apocalittico’ dove la razza umana sembra condannata e senza speranza. Pensi davvero che stiamo andando in quella direzione?

Gabe Ibáñez: Non so se sarà esattamente così, ma c’è una certezza: l’homo sapiens un giorno scomparià dalla Terra. Non è una tragedia, è l’evoluzione dell’universo. Ovviamente non posso sapere come sarà quel momento, se le tempeste solari provocheranno la caduta del genere umano o se sarà la nostra capacità distruttiva a determinare il nostro stesso declino. Ma quel momento in qualche modo verrà. Magari per allora saremo in grado di conquistare altri pianeti e diffondere il genere umano attraverso l’universo. Comunque, e penso che questo sia un messaggio di ottimismo nel film, l’intelligenza artificiale è stata creata dagli esseri umani e si è sviluppata grazie ad essi, come dice Blue Robot sulla scogliera ‘noi umani vivremo per sempre’. In una certa misura, il pensiero artificiale sarà un’evoluzione del nostro stesso pensiero e, in qualche modo, una maniera per noi di sopravvivere, di evolverci. Se mi chiedi se io davvero credo che si verificherà tutto quello che accade in Autómata, la risposta è no.

 

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WM: Il film è composto da due differenti parti, ognuna con una fotografia e uno stile diverso. La prima è più un noir, la seconda un western. Perché questa scelta?

Gabe Ibáñez: I due blocchi tematici del film sono legati a questi generi da un punto di vista narrativo e visivo. Il primo blocco si occupa degli esseri umani e della loro decadenza, come specie. Il noir funzionava bene per questo tipo di approccio. Il secondo blocco si occupa dei robot e dell’inizio della loro evoluzione. Il deserto, un luogo pulito, ‘puro’ e primitivo, ostile per gli esseri umani, era l’ambientazione più adatta. E il western crepuscolare era lo stile visivo più appropriato per affrontare questi temi. Ed era interessante anche il fatto che quando il film sembra si stia sviluppando seguendo i codici del noir tutto cambia. Tutto ad un tratto i robot e il loro universo si presentano, con le loro regole, il loro tempo. Ha inizio il momento dei robot.

 

WM: Hai creato robot diversi da quelli visti in passato. Un’intelligenza artificiale più ‘umana’ che non tenta di distruggere la razza umana, ma cerca solo di evolversi.

Gabe Ibáñez: Il film si svolge in un mondo morale e narrativo fortemente influenzato da Isaac Asimov. I robot hanno doveri morali (il primo protocollo) che li rendono in grado di preservare le vite umane. Ma la perdita del secondo protocollo, che impedisce loro di modificarsi, gli permette di evolversi. E quest’evoluzione li trasforma in qualcosa di vivo che ha in qualche modo la necessità di riprodursi. Ero interessato a presentare l’essere umano e l’evoluzione dell’universo come le principali minacce per l’umanità, e i robot come il riflesso distorto della loro versione migliore.

 

WM: Hai detto di esserti ispirato ai film di fantascienza degli anni sessanta e settanta e, nonostante il tuo background nel mondo degli effetti digitali, hai creato tutti i robot ‘meccanicamente’, come quelli presenti in quei film. È stata una scelta dettata dalla voglia di renderli più umani e reali?

Gabe Ibáñez: Credo che la mia decisione sia dovuta soprattutto al mio background negli effetti digitali. Il realismo è stato uno degli obiettivi visivi per il film e, come tu dici, i film da cui sono stato influenzato hanno fatto altrettanto. E anche se fossimo stati in grado di progettare il miglior robot digitale mai realizzato, non sarebbe mai stato abbastanza per il linguaggio cinematografico che volevamo usare. I nostri robot sono lì e sono reali come le persone. Ed erano lì durante le riprese e questa loro presenza è stata di vitale importanza per gli attori. Proprio a causa della presenza sullo schermo dei robot e l’approccio estetico che volevamo per il film, la decisione migliore è stata quella di utilizzare i robot “fisici” e ridurre al “minimo” la post-produzione digitale (995 riprese con effetti digitali).

 

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WM: Quindi i robot erano tutti fisici, reali, con una squadra di ‘burattinai’ (poi rimossi in post-produzione) che muoveva ognuno di essi. Quanto difficile e costoso è stato usare questa tecnica?

Gabe Ibáñez: La verità è che è stato tutto molto difficile. È un modo molto diverso di girare che va a determinare persino il linguaggio filmico che si può utilizzare. Con le limitazioni che abbiamo avuto i robot hanno basato le loro azioni principalmente sull’effetto Kuleshov. Se si presta attenzione ci si rende conto che i robot fanno poche cose, la maggior parte del tempo, e le sensazioni che mostrano dipendono essenzialmente dal montaggio e dal contesto della ripresa. Come dicevo, questo ci porta a una certa sobrietà nel linguaggio e nella messa in scena, che per fortuna era parte del nostro approccio iniziale. Tale metodo rende il lavoro della troupe sul set più difficile, ma rende il lavoro degli attori più facile, ed è comunque più economico che lavorare con robot digitali. Abbiamo girato Automata con un budget totale di 7 milioni di dollari. Solo gli effetti digitali necessari a creare robot con un livello di realismo simile a quello che abbiamo ottenuto avrebbe facilmente superato quella cifra.

 

WM: Com’è stato realizzato il design di questi robot?

Gabe Ibáñez: Abbiamo lavorato molto sui loro concept con il team di designers della UserT38. All’esterno abbiamo voluto farli apparire come un elettrodomestico, un oggetto usato dagli esseri umani. Inoltre stavamo cercando un design che fosse credibile, realistico, vicino ai robot più tecnologicamente avanzati che possiamo vedere oggi. All’interno, invece, quando metaforicamente e fisicamente tolgono le maschere, volevamo qualcosa che fosse angosciante e visivamente inquietante per un essere umano, forse più vicino ad un insetto. Qualcosa che, anche se apparentemente vivo, è vivo in un modo diverso da quello che noi siamo.

Per quanto riguarda il robot creato dai robot, abbiamo pensato ad una logica evoluzione. Un essere non necessariamente antropomorfo (i nostri robot non hanno il bisogno umano simbolico di creare esseri a nostra immagine e somiglianza) e in grado di adattarsi ad un ambiente desertico. Qualcosa di simile ad uno scarafaggio con un corpo coperto da cristalli fotosensibili sembrava un’opzione giusta e interessante. Per questo tipo di fisionomia abbiamo ovviamente optato per il CGI dato che sarebbe stato quasi impossibile comandarlo per i burattinai.

 

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WM: Il cast è piuttosto ricco e interessante: Dylan McDermott, Robert Forster, Melanie Griffith (anche Javier Bardem per la voce dei robot) e ovviamente Antonio Banderas, perfettamente calato nel personaggio di Jacq, una sorta di anti-eroe. Banderas ha proposto qualche cambiamento per il suo personaggio rispetto allo script originale o è come tu l’hai immaginato durante la fase di scrittura?

Gabe Ibáñez: La verità è che il suo personaggio non è esattamente come lo avevo immaginato quando ho scritto il soggetto. Ma questo è logico. La sceneggiatura non è stata scritto con Antonio né avevo nessun altro attore in mente, è per questo che la presenza di un attore come Banderas nella storia cambia e rende il personaggio più complesso. Non ci sono state proposte concrete, è stato il tono generale del personaggio che all’improvviso viene portato in vita quando un attore inizia a interpretarlo.

 

WM: Come l’hai coinvolto nel progetto? È un ruolo piuttosto diverso da quelli che solitamente gli vengono proposti a Hollywood.

Gabe Ibáñez: Forse è proprio per questo che si è interessato a questo ruolo. Per me è stata una grande scelta. Antonio Banderas ben si adatta con il tipo di attore che si vede nei film di fantascienza degli anni Sessanta e Settanta, da cui sono stato fortemente influenzato. Antonio ha la personalità e l’umanità necessaria per portare in vita il personaggio di Jacq. Un personaggio che è vivo in un modo molto umano, al contrario dei robot che sono vivi ma in modo molto diverso.

 

WM: Una parte importante della narrazione è la colonna sonora molto bella di Zacarias M. de la Riva.

Gabe Ibáñez: Sì, Zacarias ha fatto davvero un ottimo lavoro. Ha composto una partitura con la malinconia e l’audacia necessaria ad accompagnare e migliorare la storia. Mi piace soprattutto il mix di elementi e trame futuristiche con altri elementi più arcaici e primitivi che aiutano a spiegare il viaggio dei robot, il viaggio fondamentale di queste macchine sofisticate ma primitive che stanno facendo i loro primi passi nel processo evolutivo di una specie.

 

WM: La sequenza finale potrebbe rappresentare un punto di partenza per un sequel che ci racconti il viaggio di questi robot e la loro evoluzione. Ci hai già pensato?

Gabe Ibáñez: La fantascienza che mi interessa riguarda l’essere umano. Un film ambientano in un mondo di robot non sarebbe questo tipo di fantascienza. A meno che questi robot non si comportino come essere umani o pensino alle loro origini come esseri umani. Ma non penso che è qualcosa che un robot farebbe. La cosa interessante per me riguardo Automata è proprio il punto di vista umano.

(intervista a cura di Lorenzo Ricciardi)

 

 

“Il pensiero artificiale sarà un’evoluzione del nostro stesso pensiero

e, in qualche modo, una maniera per noi di sopravvivere”

 

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