Il cantore delle ombre: incontro con Thomas Ligotti

Thomas Ligotti (Detroit, classe 1953) è uno fra i più singolari e visionari scrittori fantastici contemporanei, un autore che ha fatto del sogno e della paranoia le direttive lungo le quali dispiegare le ali di una fantasia malata e allucinatoria. La sua prima antologia di racconti, “I canti di un sognatore morto”, risale al 1989, e a tutt’oggi è la sola opera presentata organicamente in Italia, nel 2007, dall’editore Elara (per il resto, in terra nostrana è comunque possibile reperire vari racconti sparsi fra le pagine di svariate antologie). Attraverso titoli come “Grimscribe”, “Noctuary”, “The Nightmare Factory” o “Teatro Grottesco”, solo per citarne alcuni, si è imposto all’attenzione internazionale per l’assoluta originalità delle sue invenzioni, tutte intrise di un romanticismo macabro e struggente.

Ben poco incline alla frequentazione di conventions o ad apparizioni televisive, Ligotti è stato comunque ben lieto di concedere a Weird Movies un’intervista esclusiva.

 

In quali momenti e in quali situazioni preferisce creare le sue storie?
Scrivo e ho sempre scritto storie solo quando mi sento motivato a farlo. La maggior parte delle volte, la fonte della mia ispirazione consiste in qualcosa di semplice, come l’immagine di una vecchia casa, un sogno, una frase, o anche una parola. Mi sveglio e comincio subito a scrivere. Ho creato i titoli “Nethescurial” e “Vasterien” prima ancora di avere una storia per loro. Ritenevo fossero parole evocative, anche se non significavano nulla in particolare. Una mattina, svegliandomi, pronunciai le parole “Gas Station Carnivals”, e subito dopo completai il racconto. Non so come questi titoli si traducono in altre lingue, ma in inglese hanno connotazioni particolari, e in qualche modo sinistre. A un certo punto ho cercato di considerare come si potesse tradurre qualcosa che avevo scritto. Potrebbe sembrare egoista, come se mi aspettassi di venir tradotto, ma ho scoperto che tali norme e restrizioni sono utili per scrivere opere che ambiscano a ‘viaggiare’, per così dire. Credo che ogni scrittore debba essere egoista, in certa misura. Perché dovrebbe pensare che altre persone possano essere interessate a qualunque cosa abbia scritto. In realtà, devi essere veramente una sorta di maniaco per credere una cosa del genere. È come un musicista che si esercita ogni giorno con la presunzione che facendo ciò alla fine diventerà un virtuoso dello strumento scelto, anche se spesso la pratica non è sufficiente. Le parole e la disposizione delle parole – e, cosa ancor più importante, lo stato d’animo che le parole trasmettono – sono fondamentali allo stesso modo in cui melodia e armonia lo sono nella musica. Se le parole comunicano semplicemente una trama, nessuno vorrà leggere la storia più di una volta. Le migliori opere musicali possono essere ascoltare più e più volte. L’intreccio è ovviamente un elemento essenziale, in una storia, ma non dovrebbe rappresentare l’elemento centrale. È mia convinzione che se una storia è rovinata dal fatto che già se ne conosce il finale non vale più la pena leggerla dall’inizio. Punto. Un lettore dovrebbe essere affascinato almeno da ogni paragrafo, e anche da ogni frase, da ogni parola. Prima di cominciare a scrivere un racconto, io ho già in mente l’intera trama dal principio alla fine. Non ho mai desiderato scrivere una storia pensando che non fosse buona, e forse qualcosa di più. Quindi, ritengo che i titoli siano molto importanti, dato che rappresentano la prima o le prime parole che il lettore incontra. La maggior parte degli autori si concentra sulla prima riga delle proprie storie, ma io credo che il titolo sia cruciale per stuzzicare l’immaginazione del lettore. Sono abituato ad appuntarmi le idee per i miei racconti su un taccuino, ma ho scoperto che poi non le ho mai usate. In primo luogo, tali appunti non trasmettono ciò che serve per sentirsi motivati a scrivere una storia. In gioventù, mi sono spesso sentito stimolato a scrivere storie. Invecchiando, le mie motivazioni si sono fatte più deboli. In parte, ciò ha a che fare col fatto che, racconto dopo racconto, mi sono ritrovato a esprimere le stesse sensazioni, gli stessi pensieri. Alcuni scrittori possono lavorare con una certa gamma di sentimenti e di pensieri, come se fossero diversi scrittori uniti in una persona sola. Io ho soltanto poche cose da esprimere, così come i miei autori preferiti. Questi sono, il più delle volte, scrittori ossessionati dalla morte, dagli orrori dell’umana esistenza e da atmosfere generalmente stravaganti. Alcuni di questi sono Vladimir Nabokov, Bruno Schulz, Thomas Bernhard, e vari altri scrittori esotici come Dino Buzzati. Difficilmente autori americani mi hanno interessato, a eccezione di Poe e Lovecraft…
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