Il padre di “Henry”, intervista a John McNaughton

John McJohn McNaughtonNaughton è universalmente riconosciuto come il ‘padre’ di Henry, sceneggiatore e regista di un film che ha fatto la storia del cinema horror (e non solo, perché appunto Henry non è un film horror, come lui stesso più volte ha dichiarato), acclamato e osannato dalla critica. Dopo l’incredibile successo in tutto il mondo, nonostante le innumerevole proposte di altri film horror, McNaughton ha preferito affrontare argomenti e generi diversi: la commedia in Lo sbirro, il boss e la bionda e Speaking of sex, il dramma-biografico Crocevia per l’inferno, il thriller Sex Crimes – Giochi pericolosi, senza disdegnare il piccolo schermo (è stato, tra l’altro, uno dei Masters of Horror con l’episodio Haeckel’s Tale nella prima stagione del format televisivo).

Il suo ultimo lavoro, dopo oltre dieci anni di stop, è stato The Harvest, un thriller psicologico che racconta la storia di una coppia di sposi (Michael Shannon, Samantha Morton) con un figlio affetto da una misteriosa malattia che gli impedisce di camminare (Charlie Tahan). La famiglia sceglie di vivere una vita di isolamento al fine di proteggere il loro figlio, ma quando una giovane ragazza (Natasha Calis), che si è trasferita dai nonni dopo la morte dei genitori, incomincia ad intrattenere una relazione col ragazzo la sua madre iperprotettiva comincia a vedere la loro vita protetta cadere a pezzi. E un orribile segreto inizia a venire fuori…

Per The Harvest hai atteso diversi anni, ben 14, dal tuo ultimo lungometraggio, Speaking of sex. Come mai tutta questa attesa?

Non è stata una pausa voluta. Stavo sviluppando un po’ di progetti, ma la maggior parte di essi non ha funzionato, anche perché si sono verificate nello stesso periodo un po’ di cose che non mi hanno permesso di continuare a lavorare. Avevo creato una squadra con cui lavoravo da diversi anni, tra cui un aiuto regista, Shelley Ziegler, che poi è andata a lavorare per Boardwalk Empire The Harvest - Covercon Scorsese e American Hustle, una costumista, Kim Tillman, un produttore, Steve Jones, e alcuni attori. Ma quando uno dei membri, lo scenografo Ed McAvoy, si è suicidato il team si è sciolto.  È stato un momento terribile perché era anche un caro amico, oltre che il mio braccio destro. Dopo la tragedia dell’11 settembre poi gli studios hanno deciso di lavorare con i soliti dieci registi e con nessun altro. E io sono rimasto fuori. Per questo motivo ho deciso di concentrarmi sul piccolo schermo e di tornare a lavorare per il cinema quando avrei avuto in mano il progetto giusto. In questi anni ho realizzato 5 pilot per serie televisive, ma solo uno di questi è stato messo in onda, Push, Nevada, scritto da Ben Affleck e Sean Bailey. Se solo avessi girato gli altri pilot anche solo cinque anni più tardi, con il boom che ha avuto la tv via cavo recentemente, sicuramente sarebbero stati un successo.

Inizialmente quando hai letto per la prima volta lo script di The Harvest non te ne sei subito innamorato, ma qualcosa ti aveva colpito. Cosa c’era di diverso rispetto alle altre storie?

La prima cosa che cerco quando leggo uno script è trovarmi di fronte a qualcosa che non ho mai visto o letto prima, che può non sembrare un grosso problema, in realtà è qualcosa che succede raramente, soprattutto in questi ultimi anni. In passato spesso mi succedeva che nella maggior parte delle sceneggiature che ricevevo, dopo aver letto le prime cinque pagine, riuscivo già a capire come andava a finire. Ora, addirittura, questo mi succede dopo aver letto le prime due. Inoltre capita, nella quasi totalità dei casi, che quelle prime pagine io le abbia già lette mille altre volte e tutto questo è frustrante.

La sceneggiatura di The Harvest era piuttosto intelligente e in più non avevo mai letto niente del genere. Mi aveva colpito il fatto che fosse una sorta di fiaba, gli aspetti più profondi della storia mi ricordavano “Hansel e Gretel”. Ma per come era strutturata la sceneggiatura c’era solo un modo per fare il film, ovvero realizzare una pellicola horror convenzionale. Probabilmente sarebbe stato divertente, forse mi sarebbe anche piaciuto andare a vedere un film del genere da spettatore, ma non era quello che volevo fare da autore. Più di ogni altra cosa mi affascina e mi terrorizza cosa è capace di fare l’essere umano. Per questo motivo ho detto allo sceneggiatore, Stephen Lancellotti, che avrei accettato di farlo solo se la storia fosse stata più profonda e avesse preso una piega diversa. E così è stato. Ho iniziato a leggere un po’ di favole dei fratelli Grimm, ma anche un libro intitolato “Il mondo incantato” di Bruno Bettelheim, uno psichiatra infantile, un libro che spiega come le favole possono aiutare i bambini ad affrontare i problemi, le paure e le difficoltà nella fase di transizione dall’infanzia all’età adulta. Questo libro mi ha aiutato molto a prendere una direzione diversa nella storia e realizzare il film così come desideravo fare.

articolo su www.weirdmovies.itThe Harvest non è un horror puro, non ci sono elementi soprannaturali, ma il tema di fondo, il sacrificio del bambino, è alquanto raccapricciante…

Il fatto di poter raccontare una storia sull’infanzia mi allettava molto. Questa era decisamente la mia occasione per dire addio alle paure, il terrore e i problemi che ho sperimentato durante la mia infanzia. Personalmente è stato catartico fare questo film e, in un certo senso, mi piace la metafora di base che i nostri genitori vogliono il nostro cuore, il cuore del proprio bambino. Loro ci vogliono per sempre bambini. Ma bisogna avere il coraggio di staccarsi e intraprendere il proprio percorso. Io credo che tutte le famiglie, in qualche modo, siano disfunzionali e che tutti i genitori siano abusivi, non importa quanto involontariamente, durante la crescita del proprio figlio. Ovviamente mi riferisco anche alle migliori famiglie.

I due genitori sono brillantemente interpretati da Samantha Morton e Michael Shannon.

Michael è stato scritturato per primo. Steve Jones, il mio socio di produzione con cui ho lavorato per anni, conosceva Michael da tanto e lo aveva visto e apprezzato nella rappresentazione teatrale Killer Joe e in tutti i suoi film, tra l’altro ha ricevuto anche una nomination all’Oscar come Miglior Attore non protagonista per il film Revolutionary Road. Gli abbiamo inviato la sceneggiatura e lui ha subito accettato. Una volta scelto Michael è stato facile scritturare anche Samantha perché avevano lavorato insieme anni prima in Jesus’ Son (1999), si erano trovati bene e desideravano rifarlo. Credo che entrambi abbiano fatto un lavoro straordinario, così come anche i due bambini, Natasha Calis e Charlie Tahan. A questo punto della mia carriera tendo a dirigere meno gli attori rispetto a quanto facevo in passato, è importante invece scegliere gli attori giusti ed essere intelligente abbastanza da gestirli in una certa maniera. Ovviamente Samantha e Michael non richiedevano una grande direzione da parte mia, ma credo abbiano affrontato grosse difficoltà nel calarsi in personaggi che commettono atti malvagi, durante tutto il film, nei confronti di bambini. Samantha ha tre figli, quindi sicuramente non è stato facile per lei. Le attrici che abbiamo contattato prima di lei, anch’esse madri, hanno rifiutato proprio a causa del personaggio. Anche per Michael è stata dura visto che era contemporaneamente impegnato in uno spettacolo a Brodway dove interpretava un personaggio completamente diverso. Ricordo che nella scena in cui Michael ammette di aver avuto una relazione eravamo stretti con i tempi, ma ho preferito lasciarli improvvisare. È stato un grosso rischio non pianificare prima quelle sequenze, ma visto il risultato non mi sono per niente pentito. Ed è stato tutto merito loro.

Pensi che Henry abbia ancora lo stesso potere di scioccare lo spettatore, anche dopo 30 anni?

Credo di sì, anche se non allo stesso modo di quegli anni. Perché adesso ormai la violenza è stata sdoganata ovunque, ma certe cose all’epoca non erano mai state viste prima. Cercammo di fare qualcosa di diverso con le scene di violenza. Il risultato è stato eccezionale e se ancora adesso il film è ricordato come uno dei più violenti e crudi mai realizzati un motivo ci sarà. Oltretutto il film nacque veramente per caso, così come capita per gli eventi più importanti della nostra vita. Mi stavo preparando per realizzare un altro documentario, dopo Dealers in Death, questa volta dedicato al wrestling professionistico. Avevamo trovato una persona che possedeva una serie di filmati in bianco e nero di lottatori del calibro di Moose Cholak, Bobo Brazil, Dick the Bruiser, ma alla fine l’uomo alzò il prezzo e uno dei fratelli Ali, Waleed, produttore del documentario, decise di abbandonare il progetto. In compenso mi propose di girare un film vero e proprio, un horror, senza darmi indicazioni sul soggetto. E mi offrì 100 mila dollari. Il resto è storia.

(L’intervista completa a cura di Lorenzo Ricciardi su Weird Movies Numero 6)

 

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