Le pistole non discutono

Il Western un genere tutto Maiuscolo. Azione. Spavalderia. Amicizia, ma anche Amore, Odio, Avidità, Desiderio di vendetta. Soprattutto Grandi Spazi. C’era una volta un cinema costruito su questi elementi semplici ma sempre di grande effetto. Anche per il pubblico cosiddetto “generalista” che comprava il biglietto per sfuggire alla quotidianità e immergersi in storie con personaggi che, nel bene o nel male, erano coinvolgenti. Come si diceva “Larger than Life”. Uomini con i grandi cappelli, i copricapi di piume, le pistole roventi e le sciabole sguainate. Insomma erano gli eroi del West.

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Un filone che, in Italia, quando arrivò alla grande nel dopoguerra assieme a tutta la produzione hollywoodiana precedentemente bloccata dal conflitto, veniva definito “Cavalli e Polvere”, forse con quel pizzico di disdegnosa ironia tipicamente nostrano di fronte a una colonizzazione culturale e, sicuramente, politica. Certo il Western è stato, nel suo periodo classico, uno straordinario veicolo di propaganda politica degli Stati Uniti nel loro ruolo di potenza leader mondiale. Non avevano la Storia del Vecchio Continente, perciò se la inventarono al cinema trasformando un’epopea che, in realtà, fu una durissima avventura fatta di fango, sudore, polvere da sparo e genocidi. Ma pur sempre un’avventura. E come tale il cinema la raccontava, tacendo sugli aspetti meno nobili ed esaltando quelle figure di eroi (ed eroine, non scordiamolo) che costruivano un meraviglioso paese.

Come scrisse Ivo Milazzo (sceneggiatore di Ken Parker, uno dei fumetti western nostrani più amati e storicamente validi) il West era un modo per parlare di argomenti attuali in un contesto metastorico, in “costume”, dove ci si poteva prendere qualche libertà a vantaggio dell’epica. E, per i ragazzi italiani dal dopoguerra sino alla fine degli anni ’70, fu un’inestinguibile fonte di emozioni, di sogni che dal cinema passavano ai fumetti, ai romanzi sino a tanti pomeriggi trascorsi con soldatini e finte pistole a reinventare mille volte l’animo del West. Perché, salvo rare eccezioni, il western è un mito. Come diceva John Ford in L’uomo che uccise Liberty Valance: “Nel West, quando la Storia incontra la Leggenda, è sempre quest’ultima a vincere.”

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E così è stato. Il Western è stato uno spettacolo popolarissimo per tutti per decenni. Soprattutto quello classico americano recitato da grandi nomi (da James Stewart a Gary Cooper, da John Wayne a Henry Fonda) non era destinato a una nicchia di appassionati di azione e sparatorie. Raccontava delle storie dove spesso il sentimento e i ruoli femminili erano tali e tanti da interessare una vasta platea “generalista”. Era un filone che poteva passare in tv ed essere visto anche dai ragazzi senza timore dei genitori. La violenza era quasi un gioco. Non che i film fossero tutti uguali e alcuni (soprattutto quelli più “piscologici” come quelli diretti da Delmer Daves e Robert Aldrich, due titoli valgano come esempio per tutti: Quel treno per Yuma e L’occhio caldo del cielo) trattavano argomenti “adulti” con un piglio decisamente forte. Poi venne un dago (nella terminologia del vecchio West, un Italiano) che osò reinterpretare il genere con un occhio europeo, anzi italiano. Come osava Sergio Leone toccare la leggenda americana?, dicevano i critici. Eppure lo fece con quel gagliardo vigore jamesbondistico (siamo agli inizi degli anni ’60) che cambiarono non solo le regole del filone ma di tutto il cinema d’azione. Certo che osava, con lo spirito del bambino che era rimasto incantato davanti al grande schermo (come si vede in quella magnifica sequenza di Per qualche dollaro in più dove un gruppo di ragazzini osserva sotto la predella di una casa il fantasioso confronto tra Eastwood e Van Cleef).

Da quel momento fu stravolta ogni convenzione, il cinema d’azione stesso stava mutando. Sesso e violenza si avviavano a creare la gloriosa stagione dell’exploitation in ogni filone e il West cambiò caratteristiche. Da non scordare l’Eurowestern non solo italiano che sfornò in pochi anni una marea di pellicole che stravolsero il filone inteso com’era stato sino a quel momento. Persino gli americani cominciarono a realizzare film che per visionarietà e temi ricordavano quelli europei.

Venne il grandissimo Sam Peckinpah, cantore di una violenza sofferta e iperrealistica, e persino le figure degli indiani furono soggette a una revisione. Il Western, come sempre, divenne veicolo di visioni politiche moderne, lontanissime dalla realtà storica ma pur sempre avvincenti.  Piccolo grande uomo di Penn ne è un esempio. E, naturalmente, come sempre accade quando un genere si avvia al tramonto, arrivarono le parodie. Le migliori, guarda caso, dall’Italia. Sarebbe ingiusto e carente non ricordare le allegre scazzottate di Trinità e Bambino, nel cosiddetto Western-fagioli che lanciò un genere nel genere. Come dimenticare gli irresistibili battibecchi tra Bud Spencer e Terence Hill nella serie Trinità? E proprio quest’anno che Carlo Pedersoli (atleta, attore, uomo) ci ha lasciati, la maschera di Bud Spencer riaccende ancora il sorriso.

BONE TOMAHAWK Richard Jenkins Kurt Russell

Ma, come disse una volta Clint Eastwood (uno che di piombo e pistole se ne intende) nella sua biografia pubblicata da Sperling negli anni ’90 a cura del critico Richard Chinkel: “Una volta che inizi a prenderti in giro…comincia la fine”. E così è stato anche per il Western. Superato e sostituito da altri generi quali il poliziesco, l’action movie contemporaneo, il superoistico con tutte le sue possibilità di impiego della Computer Graphic, il filone non è mai morto veramente, ma si è limitato a qualche uscita all’anno, a volte proponendo in una bella confezione storie già viste e riviste (Silverado, Open Range), altre calcando la mano sul revisionismo (Balla con i Lupi e Gli Spietati) che, curiosamente sono proprio i film che si sono guadagnati l’Oscar. Forse perché a giudicare erano critici a cui il genere non piaceva.

Va detto che le nuove generazioni, cresciute con eroi adolescenziali nello spirito se non nel fisico, abituati a vivere “un quarto di miglio alla volta” su macchine rombanti ed effetti speciali, il Western ha sempre un po’ fatto l’effetto di “roba vecchia”, quella che “guardava mio padre” che, in termini di popolarità cinematografica, non potrebbero essere definizioni peggiori.

In questi anni ho visto ogni anno un buon numero di Western, anche di buona fattura (Appaloosa per esempio dal romanzo di Robert B. Parker), ma sempre mancava qualcosa per riacchiappare il pubblico. A mio avviso (discutibilissimo) l’elemento carente è stato proprio la rinuncia a raccontare storie divertenti di per sé, slegate dalla necessità di riproporre formule già superate per attirare i nostalgici. Negli anni, pur con qualche lentezza, la situazione è leggermente cambiata, principalmente grazie alla televisione che, a passi prima incerti poi sempre più sicuri, ha promosso delle miniserie di notevole interesse. Vicende basate soprattutto sulla storia, intesa come plot, che sul ripescaggio di una leggenda cinematografica ormai lontana.

Denzel Washington;Chris Pratt;Ethan Hawke;Manuel Garcia-Rulfo;Vincent D Onofrio;Martin Sensmeier;Byung-hun Lee

Broken Trail e Deadwood recano l’impronta di Walter Hill e, benché non fortunatissime, hanno proposto un western moderno, a volte violento con ruoli giovani e femminili interessanti. Maggior riscontro ha avuto stata la serie Hell on Wheels, ispirata alla costruzione della ferrovia ma, in realtà, palcoscenico per una serie di sfaccettati e moderni personaggi come è diventata tradizione delle serie televisive indipendenti. Se Django tradisce sin dal titolo il citazionismo esasperato di Quentin Tarantino, non bisogna dimenticare che si tratta di una storia estremamente avvincente, moderna nella visione, quanto nello svolgersi dell’azione. E così, un film alla volta, il West è tornato un territorio se non fertilissimo, almeno incoraggiante per il cinema.

Di certo che nel 2016 siano usciti un manipolo di ottimi western e che uno di questi abbia persino vinto un Oscar(Di Caprio per Revenant) ha aiutato. Tarantino ci ha regalato un film curioso, claustrofobico ma non statico, richiamando alle musiche Ennio Morricone. The Hateful Eights si potrà dire non è un vero western, ma ne veste benissimo gli abiti. Racconta una storia che addirittura strizza l’occhio ad alcuni film di cappa e spada di Hong Kong di qualche decennio fa ma, al fine mette in scena la sua bella storia di botti, spari e crudeltà. Si parla ma senza annoiare e la tensione sale.

The Revenant di Inarritu è, in realtà il remake di un fortunato film di Richard Sarafian Uomo bianco va’ col tuo Dio con Richard Harris. Ispirato alle reali vicende del trapper Hugh Glass è una storia di sopravvivenza nel grande nord. Riporta in scena elementi tralasciati da decenni dal filone ma sempre di grande impatto. È un film violento che se la ride del revisionismo riguardo alle tribù indiane ma che, soprattutto mette uno contro l’altro Di Caprio e Tom Hardy. Perché, per una bella storia d’azione, di qualsiasi genere, quello che conta è il contrasto di caratteri, il conflitto. La situazione che costringerlo spettatore a schierarsi sul campo da una parte e dall’altra. Ritroviamo Kurt Russell, quasi l’unica vera “faccia da Western” di questo periodo, in un film forse non riuscitissimo, Bone Tomahawk, che s’insinua nell’interessante territorio tra il Western e l’Horror. Forse un film un po’ lungo ma interessante. E poi la scoperta (in Italia purtroppo solo direct to video) di The Salvation con un Mad Mikkelsen perfetto pistolero scandinavo in una vicenda girata in Sud Africa ma Western sino alle ossa. Dai cattivi Eric Cantona e Jeffrey Dean Martin, alla bellissima e sfregiata Eva Green.

E ora aspettiamo l’uscita dell’ennesimo remake dei Magnifici Sette. Un’operazione nostalgia? Non necessariamente, perché dirige Antoine Fuquà che d’azione se ne intende eccome e Denzel Washington prende il posto che fu di Yul Brynner assieme ad altri sei pistoleri per aiutare una donna in difficoltà. Ma, da una cassa da morto, estrae una mitragliatrice…un po’ come il Django originale. Però, la sceneggiatura è firmata da Nick Pizzolatto che ha alle sue spalle due stagioni di True Detective e, di certo, non si sarà rassegnato a riscrivere un mito.

Come a dire che le vie del West sono davvero infinite e lasciano aperte ancora moltissime possibilità di creare spettacolo.

Stefano Di Marino

 

GUIDA AL CINEMA WESTERN
“Guida al cinema Western”, Odoya Editore a cura di Michele Tetro con la collaborazione di Stefano Di Marino, con due interventi di Walter Catalano e Roberto Chiavini (30 €).

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Cinque mesi di lavoro, più di mille film visti, rivisti, citati e recensiti in una guida di 670 pagine. Una ricerca iconografica preziosa con moltissime foto, locandine. Insomma un lavoro che ci ha entusiasmato e sfiancato come una lunga cavalcata. Un percorso che va da La grande rapina al treno (1903) sino agli ultimissimi film usciti sullo schermo. Quasi cinquanta capitoli tematici dedicati al Western nei suoi maggiori filoni ma anche in quelli meno conosciuti. Un percorso che traccia una storia avventurosa raccontandone mille altre dal periodo pioneristico a quello classico, passando per l’Eurowestern, il revisionismo e il post moderno. Schede curiosità, notizie sul vero West, sui romanzi, sui fumetti e la televisione. Insomma un’opera scritta con passio per chi ha la passione per le grandi cavalcate o che, attraverso queste pagine potrebbe svilupparla.

 

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