Maurizio Ercole: “L’ossessione (sbagliata) per la tecnologia”

articolo su www.weirdmovies.it

Maurizio Ercole è un fumettista e illustratore piuttosto atipico, in quanto per la sua formazione non ha mai fatto distinzione tra arte e letteratura, anzi la letteratura è forse ancora la sua influenza maggiore. Ercole pubblica da quasi trent’anni per le maggiori case editrici italiane, brasiliane e americane. Negli Stati Uniti, le sue storie per le riviste di culto “Tomb of Terror” e “Tomb of Horror” sono apprezzate da molti nomi nomi illustri, tra cui Joe R. Lansdale. In Italia pubblica da molti anni sui mensili “Frigidaire” e “Il nuovo Male”, ed ha pubblicato su volumi di varie case editrici, tra cui Il Becco Giallo, NPE, Linea 52, Cagliostro Epress, In your face comics, EF edizioni. Massimo Perissinotto ha intervistato in esclusiva Ercole per il numero 7 della rivista Weird Movies.

 

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Quali sono stati gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzato?

Nei miei primi tentativi di realizzare fumetti, durante gli anni ’80, gli autori della letteratura che maggiormente mi hanno influenzato li ho scoperti proprio grazie al fumetto. Avevo letto uno speciale a fumetti su Lovecraft realizzato dal gruppo di Metal Hurlant: Moebius, Druilett, Nicollet… è stata una folgorazione. Mi precipitai subito in libreria a cercare questo misterioso “solitario di Providence” che effettivamente non avevo ancora letto, trovai un’antologia di tutti i suoi racconti, un tomo da 1000 pagine. Da quel momento la mia visione del fantastico cambiò radicalmente. Lovecraft esercitò in me un fascino al pari di Poe. Questa sua facoltà esoterica di evocare nel lettore antiche presenze, visioni di vestigia pre-umane, cronache di mondi archetipi e divinità sepolta nella memoria l’ha reso unico nella letteratura del fantastico e molti sono stati i suoi imitatori senza raggiungere tali vette stilistiche. Ancora oggi rileggendo i suoi racconti provo quel senso destabilizzante dove realtà e finzione tendono a confondersi.

In quei primi anni di formazione hai avuto modo di leggere anche altri autori della rivista “Weird Tales”?

Qualche anno dopo, nei primi anni ’90, trovai altre antologie soprattutto della Newton Compton e Fanucci che a tutto spiano proponevano le produzioni Weird Tales del periodo d’oro anni ’30 e ’40 e moltissimi classici inglesi, tedeschi ed irlandesi come quelli di Arthur Conan Doyle, Bram Stoker e Gustav Meyrink. È stata veramente una manna dal cielo… o per meglio dire, dagli inferi. Gran parte era materiale inedito o di difficile reperibilità, molti gli autori di cui non avevo mai sentito parlare. Erano vere proprie rassegne a tema, storie di vampiri, licantropi, mummie, case infestate ecc… Ad accendere la mia immaginazione non c’era solo Lovecraft, ma anche Robert Block, William Hope Hodgson, Clark Ashton Smith e Robert E. Hovard. Tutti autori che indirettamente avevo incontrato nelle trasposizioni grafiche di Breccia, Battaglia, Nicollet e Druilett. Per non parlare di Richard Corben con i suoi rimandi a Clark Ashton Smith e a Robert E. Hovard.

Quali di questi autori ti sei servito per realizzare direttamente la sceneggiatura dei tuoi fumetti?

Tra gli americani, uno su tutti: Clark Ashton Smith che negli anni ’30 ha scritto i racconti più strani e naif di tutta la produzione di “Weird Tales”. Era in realtà un poeta dei circoli esistenziali californiani e per sbarcare il lunario, sotto consiglio di Lovecraft, si mise a scrivere racconti pulp. Potete immaginare il risultato, veramente atipico nel genere. Se di fatto su Lovecraft non ho mai realizzato storie attenendomi ai sui canoni come al ciclo del Chthulu, diversamente per Clark Ashton Smith ho ripreso suoi personaggi, tematiche e ambientazioni per una lunga storia sul mito delle origini cosmiche del genere umano.

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Per tutt’altro genere, recentemente su “Frigidaire” mi sono avventurato nel genere marinaresco. Dopo anni di produzione fantascientifica ho deciso di cambiare prospettiva. La vastità del mare è come lo spazio infinito, le sue navi, i suoi misteri, le sue leggende e soprattutto le sue creature fantastiche… mi sono trovato subito a mio agio. A darmi la spinta iniziale sono stati i grandi cantori del mare: Salgari, Melville e William Hope Hodgson. Quest’ultimo, assieme al film giapponese Matango, mi ha dato spunto per una storia sul tema della mutazione e la dissoluzione dell’ego.

Sempre per “Frigidaire”, con il poeta e amico Emiliano Balistreri, abbiamo realizzato forse la prima poesia fantascientifica a fumetti. Ispirati da William Blake e il suo rapporto tra immagine e parola, ci siamo lanciati in questa bizzarra commistione… ora ci chiediamo quale reazione ha suscitato sul lettore. Una delle ultime sfide è stato quello di cambiare le regole compositive del fumetto. Sto cercando una via per eliminare lo spazio bianco tra vignette, addirittura le vignette stesse, al fine di creare un flusso continuo narrativo. È difficile tracciare un percorso sequenziale senza l’uso delle vignette. Forse ho trovato una soluzione che sembra rispondere a questa esigenza, rifacendomi a certi disegni medioevali traccio un solo frame che occupa l’intera tavola, come se fosse una sola grande illustrazione, all’interno sviluppo più situazioni, come se tutte le vignette fossero fuse assieme. Tramite linee di forza tracciate dagli elementi stessi della scena, cerco di tracciare un percorso visivo che accompagna il lettore in tutti i passaggi della storia. Una tecnica molto simile a quella adottata da Kerouac che per non interrompere il processo creativo scriveva su dei rotoli di carta senza dover perdere tempo a voltare pagina.

Sapresti tracciare una mappa dei tuoi scrittori preferiti come un invito alla lettura per i nostri lettori?

Cito i più rappresentativi: tra i classici americani i già citati Poe, Lovecraft, Howard, Hodgson e C. A. Smith ma anche Ambrose Bierce e i francesi Theophile Gautier, Gui de Maupassant e Prosper Merimee. Per forza evocativa e atmosfera aggiungo Algernon Blackwood e Hans H. Ewers. I racconti fantastici di H. G. Wells e Conan Doyle e dell’esoterico Gustav Meyrink. Sempre di inizio secolo scorso vorrei citare due scrittori “alla maniera di Poe” poco conosciuti: il polacco Stefan Gabrinski e il giapponese Edogawa Ranpo. Tra le avenguardie: Burroughs e Ballard.

articolo su www.weirdmovies.itNel panorama contemporaneo il grande Joe Lansdale, di cui ho avuto la fortuna di illustrare un suo racconto nell’antologia Sotto un cielo rosso sangue. Poi gli oscuri e lovecraftiani Thomas Ligotti e Frank Graegorius (alias Libero Samale) il caposcuola dei pulp italiani anni ‘60 e ‘70 “I Racconti del Vampiro”. Sempre tra gli italiani Andrea Quadraroli, Ivo Torello e Massimo Perissinotto… che se non fossero della mia generazione potrebbero far parte della scuderia di “Weird Tales”. E poi il grandi poeti William Blake, Novalis e il nostro Emiliano Balistreri. Tornando ai classici, nel genere fantascietifico: Chatherine L. Moore, Mike Resnick, Christoper Rowley, Vang Vogt, Murray Leistner, Luigi Naviglio e il grande Vargo Statten… altri scrittori non strettamente di genere fantastico: Hermann Hesse, Dino Buzzati, Iginio Tarchetti, Emilio Salgari, Herman Melville, Joris Karl Huysmans, Robert L. Stevenson, Maurice Maeterlink e Carl Schulze.

Chi più di ogni altro scrittore ti ha influenzato nella costruzione di un racconto o un personaggio?

Nei primi anni ’90 avevo fatto un tentativo di unire la prosa di uno scrittore classico come Dickhens alla produzione d’avanguardia di Willima Burrougs, un vero e proprio cat-up nel cut-up. Burrougs è stato per me un autore importantissimo, al pari di Lovecraft, li sentivo affine nel loro modo di raccontare ed evocare atmosfere. Burrougs rappresentava per me l’avanguardia, la possibilità di giocare con le parole e il disegno. Negli stessi anni avevo anche pianificato una trasposizione grafica del Pasto Nudo, un progetto che purtroppo non ho mai portato a termine. Nel frattempo avevo apprezzato le illustrazioni del romanzo di Burroughs “È arrivato a Pook” che sembravano integrarsi perfettamente al testo, come in un processo di mutazione, quei disegni sembravano graffiti primordiali ma anche ideogramma, in alcuni passaggi addirittura fumetto. Ed è grazie a questi atipici dialoghi tra parola e immagine che mi ha convinto sempre più a seguire la strada della sperimentazione. Avevo scelto la strada più difficile con il mezzo meno indicato, il fumetto è un genere espressivo fortemente codificato che richiede un linguaggio ben preciso di riconoscibilità e leggibilità. Fortunatamente ho avuto la fortuna di incontrare persone che hanno sostenuto il mio lavoro, e a loro sarò sempre grato.

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Puoi descriverci questi tuoi primi fumetti sperimentali?

Erano per lo più storie brevi dell’orrore. Ero particolarmente influenzato dal cinema di serie B, dai movimenti di rottura come l’underground californiano anni 60 e ’70, o la scena sperimentale come il gruppo “Valvoline” e la rivista “Frigidaire” che univa al fumetto generi apparentemente inconciliabili come letteratura, arte, giornalismo, musica e poesia. Ho iniziato prestissimo a leggere questa rivista, quasi clandestinamente mentre frequentavo la scuola media… mai avrei immaginato che un giorno ne sarei diventato uno degli autori fissi.

Parlaci del tuo rapporto tra sceneggiatura e fumetto…

Il fumetto nasce dalla parola scritta, dalla sceneggiatura, e per quanto sia didascalica per sua necessità, ha la forza di scaturire nel disegnatore il processo immaginifico. Ma attenzione la parola scritta non può mai sostituire il disegno, e viceversa. Ognuno al suo posto, altrimenti ne risulterebbe un appesantimento. È un equilibrio difficilissimo da ottenere. In se la parola scritta non contiene una figurazione dell’immagine, nella grafia occidentale non esiste l’ideogramma, qui il ruolo del disegnatore si fa interprete della parola. Nel mio caso non amo lavorare con sceneggiature strutturate quasi da copione cinematografico, dove ogni scena viene descritta minuziosamente, piuttosto preferisco lavorare su dei canovacci. Addirittura mi è capitato di costruire la sceneggiatura dopo aver disegnato l’intera storia.

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Certi temi che affronto nei miei fumetti hanno origine da letture tra le più disparate, principalmente letteratura del fantastico, ma anche testi sacri, trattati naturalistici e poesia. Raccolgo in taccuini suggestioni, concetti, frasi e passaggi particolarmente evocativi. Anche semplici frasi o singole parole. In un secondo momento cerco di annotare le immagini scaturite da queste letture, sempre in forma scritta mai appunti grafici. Sono spesso ambientazioni, rappresentazioni simboliche di un vissuto remoto, come brandelli di memoria che affiorano da luoghi reconditi dell’inconscio. In una fase successiva cerco di costruirci attorno una storia, che possa legare e dare un senso a questa catena di suggestioni. Il risultato è spesso inaspettato, pregno di interpretazioni psicologiche ma il vero obiettivo è raccontare una storia al lettore nel modo più chiaro possibile. Lo stile narrativo in un fumetto non dovrebbe essere un’infrastruttura intellettuale. La semplicità è la strada maestra per farsi capire. Credo che il disegno sia di per se già un linguaggio ermetico e altamente simbolico, che può addirittura diventare parola stessa. Non credo sia il caso di appesantirlo con una prosa troppo complessa. Talvolta uso il genere umoristico per alleggerire temi particolarmente ostici, è il caso di “Cosmic Snake” un fumetto apparso a puntate su “Inner Space” concepito in un periodo di letture a carattere mistico e teosofico.

Mi sembra di capire che nel tuo lavoro il disegno investe un ruolo di primo piano rispetto la sceneggiatura. Come ti rapporti con le immagini di altri media, ad esempio l’arte e il cinema?

Per un disegnatore, il cinema e l’arte figurativa può essere un’ottima fonte di ispirazione. È anche vero che le immagini, soprattutto in questi tempi, sono sempre più invadenti è c’è poco spazio per l’immaginazione dello spettatore. Fino a ieri l’immaginario fantastico anni ’50, la cultura pop in genere, a cui tanto sono legato stilisticamente, rappresentava veramente un territorio infinito di suggestioni, da reinventare continuamente… ora tutto è stato sdoganato e banalizzato. Tutto è accessibile senza sforzo. Non c’è più mistero e suggestione esotica. Questo mi ha portato sempre più a rifugiarmi verso la parola scritta.

Quindi i tuoi riferimenti attuali escludono le arti figurative e forse il fumetto stesso?

Non proprio, non sono così radicale, ad esempio il cinema continua a darmi ottimi spunti. Cinema e fumetto sono in qualche modo imparentati. Oppure l’arte del ‘400 continua ad influenzarmi molto, come i fiamminghi e in particolar modo i disegni e le incisioni di Brueghel. Leggo ancora molti fumetti e sono proprio loro a farmi venir voglia di disegnare, proprio come è stato agli inizi. Difficilmente riesco a staccarmi dal fascino del disegno, è stato il mio primo linguaggio ancor prima della parola scritta.

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Sto solo cercando di non rimanere schiacciato da questo fiume di immagini digitali. Il rischio è di smettere di disegnare. Tempo fa scrissi un piccolo testo provocatorio che qui cito letteralmente: “Un piccolo segreto eretico: un’immagine non produce immagini. Le immagini non lasciano spazio all’immaginazione. Solo le storie raccontate con la voce o la scrittura eccitano l’immaginazione. E noi che produciamo immagini ne siamo debitori”. Fui accusato di anti modernità con una visione romantica ormai sorpassata, ma è proprio oggi in quest’epoca della sovrabbondanza di immagini che abbiamo bisogno ritrovare le nostre immagini interiori, scoprire la natura, la vera essenza, non quella che ci viene proposta degli infiniti schermi dei cellulari, televisori, tablet e computer… troppo entusiasmo per la tecnologia, eccessiva ossessione per l’alta definizione, iperrealismo e realtà aumentata è solo un tecnicismo, non c’è poesia, ci stiamo dimenticando della natura che da sempre ha ispirato l’arte. Dobbiamo collegarci al cosmo, il luogo di origine dove risiedono le nostre idee. Tutte le storie che ci hanno raccontato le abbiamo già vissute, tramandate negli anni, di vita passata in vita futura e ci appartengono come memoria collettiva, basta rievocarle… l’immaginario siamo noi!

Massimo Perissinotto

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