'Summer Camp', intervista esclusiva ad Alberto Marini

Dopo anni di collaborazione con i più grandi registi spagnoli nei panni di produttore esecutivo e sceneggiatore, grazie al suo ingresso nella Filmax Entertainment, Alberto Marini, torinese ma spagnolo d’adozione, che nel frattempo ha anche fondato una sua casa di produzione, la Rebelion Terrestre, ha deciso di passare dietro la macchina da presa per un thriller-horror avvincente, originale e divertente, Summer Camp, con Jaume Balagueró che per la prima volta sarà produttore esecutivo.

Quando Darren, Michelle, Will e Christy decidono di andare a lavorare come responsabili di un campo estivo, immaginano un’estate all’insegna del divertimento in un emozionante paese straniero. Durante le loro ultime ore di “libertà” prima dell’apertura del campo, si diffonde una strana infezione che provoca una ferocia estrema trascinando il gruppo in una spirale di terrore e follia. Inizia una corsa contro il tempo per trovare la fonte del contagio e una feroce versione del gioco del gatto col topo, non è chiaro chi sia stato infettato e chi no, e il cacciatore può diventare la preda in un batter d’occhio…

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Summer Camp, diretto da Alberto Marini

 

Dopo diversi lavori come sceneggiatore e produttore, Summer Camp è la tua prima esperienza da regista.

Non sono così giovane, nonostante sia il mio film d’esordio (ride). Ho avuto la fortuna di stare su molti set nel corso della mia carriera e, sebbene sia stato il mio primo lavoro da regista, avevo già una certa esperienza sul campo. Memore di tutto ciò che ho imparato in questi anni, ho cercato di prevedere e prevenire quei problemi e imprevisti che spessono sorgono nei film d’esordio dei registi alle prime armi. Ho deciso di circondarmi di professionisti di primo livello, non solo dal punto di vista professionale, ma anche umano, che già conoscevo e che sapevo mi avrebbero appoggiato. È stata comunque un’esperienza nuova, emozionante, ma sono stato anche molto ‘protetto’. In pratica mi sono fasciato prima di cadere… (ride)

In passato avresti potuto dirigere anche Bed Time, che hai scritto tra l’altro. Poi Balagueró ti fece quella proposta…

Doveva essere un progetto personale per fare il gran salto. E, com’è ovvio, una volta terminato lo script, l’ho fatto leggere a persone a me vicine. Jaume fu uno de primi ad avere la sceneggiatura tra le mani. Mi aspettavo di ricevere dei suggerimenti… però è arrivata un’altra proposta. Ricordo la mia sorpresa quando mi disse che, se volevo dirigerlo io, mi avrebbe appoggiato incondizionatamente, ma che la cosa che gli avrebbe fatto più piacere era un’altra. “Sei sicuro?” gli dissi “non è un horror”. “So bene cos’è” mi rispose. Non ci fu bisogno di aggiungere altro. Ripensandoci, tutto fu una fortunata concatenazione di episodi: dopo Rec Jaume era appena arrivato alla conclusione interna di volersi cimentare con un nuovo genere, un thriller classico; io avevo questo script, che rispondeva alle nuove necessità di Jaume; e Filmax voleva annunciare un progetto importante a Cannes… A conti fatti, sono molto contento di come siano andate le cose. Perché con Jaume il progetto è cresciuto e si è convertito in una fantastica realtà. È un film di cui sono enormemente orgoglioso e che, parlando di carriera e benefici puramente personali, mi ha spalancato nuove porte in quanto a scrittura cinematografica. Inoltre, con la rinuncia alla regia, mi sono cimentato in un’idea che stava lì, ma che sarebbe altrimenti rimasta nel cassetto: scrivere un libro ispirato nella stessa storia.

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Com’è nato il progetto di Summer Camp?

È nato da un’idea mia e della co-sceneggiatrice Danielle Schleif, una ragazza americana che vive a Barcellona con cui lavoro spesso. Cercavamo un concept horror, chiaro, che avesse un elemento di originalità. Ad entrambi piaceva il tema degli infetti e quindi siamo partiti da lì. E una volta sviluppata l’idea l’abbiamo presentata ai nostri partner, la Filmax e Jaume Balagueró, che l’hanno appoggiata totalmente. A quel punto il progetto ha preso il via, è cresciuto e dopo aver realizzato la sceneggiatura l’abbiamo presentato anche a Peter Safran e al grosso studio americano Lionsgate, che hanno subito accettato.

Jaume Balagueró ha avuto quindi un ruolo attivo nel progetto?

Jaume è un amico, ci scambiamo spesso sceneggiature e idee, e in questo caso, anche perché coinvolto come produttore esecutivo, ha suggerito idee, ha dato consigli preziosi, sia in fase di sceneggiatura prima che di regia dopo. È venuto anche qualche giorno sul set, anche se le riprese di Summer Camp sono coincise con la post-produzione di Rec 4. Ma è stato presente ed ha aiutato anche in fase di post-produzione con il montaggio.

Non è la prima volta che lavori insieme a lui. In che occasione e in che modo avete iniziato a lavorare insieme?

Sono entrato a lavorare in Filmax nel 1999, poche settimane prima dell’uscita di Nameless in Spagna. Ricordo che il film m’impressionò moltissimo. E la possibilità di lavorare con il regista sul suo seguente progetto fu una delle ragioni che mi confermarono che Filmax era senza dubbio il posto giusto dove rimanere. Ho conosciuto Jaume nelle riunioni del dipartimento di sviluppo progetti. Uno dei pregi di Jaume è avere le idee molto chiare, idee però che matura ascoltando. Ha un atteggiamento sempre umile, nessuno snobbismo d’artista e nessun ego smisurato. Ascolta qualunque suggerimento o riflessione. E così, poco a poco, è nata una relazione professionale di stima e fiducia reciproca. E continua a essere molto facile lavorare con Jaume perché, talento a parte, è una persona assolutamente normale. Francamente credo di essere stato fortunato di avere avuto l’opportunità di lavorare con lui in Darkness e poi nei suoi film successivi. Se fosse stato un regista minimamente altezzoso, incapace di ascoltare uno stagista… non so dove sarei adesso…

Oltre alla location e alla situazione di partenza, ci sono alcune sequenze che ricordano chiaramente La casa di Raimi. È  stata solo una mia impressione?

Non è stata solo una tua impressione, ed è stata una cosa voluta, era già tutto presente nella sceneggiatura. Poi credo che ormai qualunque film ambientato in una casa isolata nel bosco, con un gruppo di giovani, ricordi facilmente il film di Raimi. La casa è un film che adoro ed è stato un riferimento chiaro per noi. Ma anche il sequel era geniale, mi piaceva il fatto che Raimi giocasse con lo spettatore utilizzando l’ironia e l’humour nero, con scene divertenti e grottesche. Ovviamente ci sono alcuni film che si prendono sul serio ma perché hanno un tema centrale che deve essere affrontato in questo modo, mentre altri film hanno bisogno di una certa autoironia per poter funzionare, come Summer Camp, ma come anche Rec, dove c’erano alcuni momenti ‘divertenti’, che allentavano la tensione. Non è un trattato sulla natura umana, non è neanche 28 giorni dopo, dove l’argomento è giustamente trattato in maniera seria, qui al contrario si gioca con le regole del cinema horror e secondo me deve fare uso di una certa ironia, senza essere una commedia…

(leggi l’intervista completa sul Numero 6 di Weird Movies)

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