The Joker, la storia e le origini di un mito che fa paura

Il Joker è una creatura della notte senza tempo e ambigua: un demone pazzo dal sorriso sbavato di sangue. Non si conosce molto delle sue vere origini, soprattutto perché non esistono radici che sembrano legarlo a questa terra ma solo leggende di strada di un bambino orfano e disturbato.

articolo su www.weirdmovies.itFu Bill Finger, padre del Principe dei Clown (insieme a Jerry Robinson e Bob Kane) a consacralo a icona di supercattivo, dandogli l’aspetto della nemesi perfetta della sentinella di Gotham City. L’uomo partì dal presupposto che nella finzione i grandi cattivi sono spesso l’opposto dell’eroe: se allora Batman era vestito di nero, il suo nemico doveva essere “brillante”; Batman era un tipo serio e impostato, così il suo nemico sarebbe stato divertente, a suo modo, “pagliaccesco”, da cui venne la scelta del nome di Joker. Il colpo di genio stette nel creare il dettaglio del sorriso, disturbante e inconfondibilmente allungato in un serpente rosso e ammiccante che fece del Joker un vero “cult-villain”.

Pare che Finger fu ispirato da una vecchia foto di Conrad Veidt ritratto nei panni di Gwynplaine, il protagonista de L’uomo che ride (1928) di Paul Leni. Si tratta del film muto tratto dall’omonimo romanzo del 1869 di Victor Hugo, che racconta il melodramma di un uomo terribilmente sfigurato, costretto a sorridere di fronte le disgrazie che la vita gli riserva. Nella trama, infatti, Gwynplaine non gode di grande fortuna: è figlio di un nobile che viene però catturato da re Giacomo di Inghilterra e ucciso; orfano, il bambino viene venduto a una banda di criminali che gli sfigurano il volto aprendogli un largo sorriso sulle labbra e lo abbandonano. Lungo il suo viaggio il piccolo Gwynplane trova una neonata cieca che diventerà la sua compagna di “scena” in un circo dove verrà trattato alla pari di un freak e così per buona parte del film vengono raccontati altri accidenti. Chiaramente a Finger non interessa la figura di Gwynplaine nei termini del melodramma esistenziale ma è la crudezza dell’immagine del suo volto così innaturalmente tirato e orrendamente deforme ad accendere la lampadina nella mente dell’autore.

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Il Joker, infatti, non ha nulla a che vedere con i personaggi ai quali il pubblico è normalmente abituato né tantomeno con i protagonisti-tipo dei fumetti: non ha nessun obiettivo, nessun vero percorso da compiere. È un cattivo double-face che può essere preso e riutilizzato a piacimento, creando una sensazione bipolare di disagio quando lo troviamo divertente per le sue battute eppure ossessionato da una sciocchezza che lo porta a compiere omicidi, oppure quando lo vediamo compiere in modo innocente, quasi bambinesco i suoi delitti e bramare la vendetta.

La ragione principale di questo mix esplosivo di successo e follia, come detto, è che non si sa chi sia effettivamente Joker. Le sue origini sono state raccontate molte volte e da diversi scrittori, e anche se si tratta di storie tutte plausibili, nessuna ha conquistato il podio come “versione ufficiale”. In una prima battuta, per dire, Joker viene descritto come un tecnico di laboratorio che lavora per la Red Hood e che sta progettando di rapinare il suo capo. Tuttavia viene fermato da Batman e nella lotta cade in una vasca di sostanze chimiche che gli sfigurano il volto nel tipico sorriso e lo portano alla follia. Successivamente la storia viene rimanipolata: una volta Joker è un comico fallito che decide di collaborare con un gruppo di ladri per ottenere denaro facile per aiutare la moglie incinta. La banda irrompe in un impianto chimico e Joker cade nella vasca di sostanze chimiche che gli sfigurano il viso. In un altro caso, il Clown Nero viene dipinto come il capo di una piccola organizzazione criminale che finge di essere pazzo per sfuggire la pena di morte dopo la sua cattura. In queste vesti è ossessionato da Batman e fa di tutto per ottenere la sua attenzione: quando ci riesce, Batman gli sfigura il volto e lo conduce da un boss mafioso che lo tortura e lo getta in una vasca di sostanze chimiche. In un’altra versione ancora, a Joker viene assegnato un passato di bambino psicotico che dopo essere stato punito dai suoi genitori, per vendetta, li brucia vivi.

Al di là delle sostanze chimiche che ricorrono e nelle quali Joker sembra eternamente destinato a sguazzare, non esiste un reale punto di contatto tra le storie né degli antecedenti che permettano di comprendere la psicologia del personaggio.

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Non esistono villain come lui. Nessun cattivo sopravvive così a lungo senza avere uno scopo, senza ricerca di redenzione e senza nessuna pietà, che sono le regole alla base dell’esistenza stessa dei cattivi dei fumetti. Per farla breve: si può capire, in qualche modo, perché Lex Luthor odia Superman, possiamo capire Eddie Brock (Venom) che brama vendetta contro Spider Man per avergli rovinato la vita ma non Joker. La nemesi di Batman è come il Killer dello Zodiaco, privo di motivazione, senza identità. È l’uomo che si può incontrare per strada in qualunque momento e che senza motivo impazzisce e comincia a uccidere. Non è possibile guardare chiaramente dentro di lui, come non è possibile farlo nella testa di certi “uomini” ed è proprio qui l’orrore, il fascino nero dell’oblio: il fatto che il Joker è prima di tutto un uomo. È la follia slegata da qualunque senso, la rabbia senza controllo e soprattutto l’immagine di tutto quello che di oscuro è possibile divenire.

La sua psicologia terribilmente assente e contorta ricorda, per certi versi, Peter Kürten, il meglio conosciuto Vampiro di Düsseldorf. Kürten era il terzo di tredici figli che viveva in un quartiere povero di Cologne, in Germania. Il padre era un alcolizzato che violentava regolarmente la madre e le sue sorelle. Secondo i suoi racconti commise il suo primo omicidio a nove anni, quando annegò due bambini che facevano il bagno con lui tenendogli la testa sott’acqua. Tuttavia il primo omicidio ufficialmente registrato è quello del 1913, in cui strangolò una bambina di nove anni nel corso di una rapina: venne condannato a otto anni di lavori forzati in carcere e così fu tenuto per un po’ lontano dalla società e dalle altre potenziali vittime. Tuttavia nel 1929 venne rilasciato e a febbraio dello stesso anno cominciò il suo regno del terrore. Per prima cosa aggredì una donna, poi molestò e uccise una bambina di nove anni. Rimase in silenzio per sei mesi fino all’11 agosto quando uccise una donna. Dieci giorni dopo accoltellò tre persone, in tre attacchi separati, nell’arco di quindici minuti. Tre giorni dopo uccise due bambini tra i cinque e i quattordici anni. Qualche giorno dopo ancora, accoltellò un’altra donna.

A settembre dello stesso anno violentò e uccise una serva a martellate. Utilizzò la stessa tecnica per i suoi tre attacchi successivi ma le donne in questi casi si salvarono, nonostante le gravi ferite subite. Kürten continuò ad aggredire in particolare donne fino al 1930, spesso inviando alla polizia o ai giornali locali delle mappe con indicati i punti precisi in cui seppelliva le sue vittime. La polizia non pensava che tutti quegli omicidi fossero connessi, perché Kürten usava sempre una tecnica diversa e le vittime erano di ogni tipo: non esisteva il modus operandi tipico del serial killer e non c’erano nemmeno luoghi che Kürten prediligesse. La casualità dei suoi reati lo rendeva l’assassino perfetto capace di rendersi invisibile alla giustizia grazie alla sua follia sconnessa, alla sete incontrollabile di sangue che lo coglieva come una febbre. Qualcosa cambiò nel maggio del 1930, quando rapì Maria Butlies e la portò a casa sua. Si rese conto solo dopo di quanto fosse rischioso che la donna vedesse dove viveva e per questo la portò nel bosco di Grafenberger, dove la violentò. Ma non la uccise. La donna, così, riuscì a indicare alla polizia la casa di Kürten che venne finalmente catturato il 24 maggio.

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Inizialmente l’uomo sostenne di non essere colpevole dei crimini per i quali era stato accusato, ma ben presto confessò ogni cosa. Nelle sedute con lo psichiatra Karl Berg, Kürten ammise che il suo obiettivo principale era il piacere sessuale: spiegò al dottore che la quantità di coltellate o martellate era differente perché dipendeva da quanto tempo ci metteva a raggiungere l’orgasmo. Ammise anche che la vista del sangue lo eccitava e che per questo lo beveva. Durante il processo modificò le sue dichiarazioni, negando i suoi scopi sessuali e definendo i suoi omicidi come un modo per colpire “la nuova società oppressiva”. Kürten venne condannato infine alla morte per ghigliottina. Le sue ultime parole al boia suonano inquietanti e sinistre, degna della chiusura della sua storia: “dimmi, dopo che la mia testa verrà tagliata, sarò ancora in grado di sentire, almeno per un momento, il suono del mio stesso sangue che sgorga dal collo? Sarebbe un modo piacevole di mettere fine ai piaceri”.

Quello che davvero terrorizza del caso del Vampiro di Düsseldorf non è tanto la violenza quanto l’insensatezza della violenza. Gli omicidi non sono motivati da nulla di prevedibile e le vittime non sono predestinate ma sono frutto di un caso decisamente sfortunato. Kürten inscena il teatro macabro della morte improvvisa e inaspettata, vestita dei panni della follia. Allo stesso modo il Joker brandisce la sua falce personale senza preferenze né eccezioni, così come il suo sorriso non ha legge: gioie e dolori si mescolano e confondono dietro la maschera del suo volto sfigurato. Joker spaventa e irretisce ma suscita anche curiosità, entusiasmo nello spettatore che lo riconosce come un’icona intramontabile, una parte viscerale dell’uomo. Perché del resto, come afferma lui stesso: «Io sono colui che viene dal profondo

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