“Voci Notturne”, un remake? Intervista a Pupi Avati

Voci Notturne andò in onda per la prima volta nel 1995, su RaiUno. Da allora, diverse traversie hanno trasformato questo sceneggiato, scritto da Pupi Avati e prodotto dal fratello Antonio, in un piccolo, indiscusso cult in rete. La mancanza di un supporto home video ufficiale ha creato e alimentato leggende sulla produzione e sulla messa in onda. GianLorenzo Franzì nel libro “Voci Notturne – Storia di un capolavoro dimenticato di Pupi Avati”, edito da Weird Book, grazie agli interventi degli autori, produttori e attori protagonisti, ha messo insieme testimonianze e schede critiche per fare ordine nell’intricata vicenda creativa e produttiva, con una sorta di guida ufficiale per sapere tutto quanto è necessario di questo gioiello televisivo dimenticato dal grande pubblico.

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Di Voci Notturne lei è soggettista e sceneggiatore: come nasce l’idea alla base di questa storia terrificante?

L’inizio di un’idea non lo si percepisce mai, un’idea ti entra dentro come quando si avverte qualcosa nell’aria… Il giorno, l’ora e il momento che mi ha suggerito di raccontare quella cosa non lo so, so che mi occupavo molto della Roma arcaica, stavo rileggendo testi vari sul ponte Sublicio dal quale deriva la parola ‘pontifex’, la cui nascita pare derivi proprio da questo ponte che tra l’altro dovrebbe essere stato costruito senza l’ausilio di nulla. Il Sublicio è il primo ponte che attraversa il Tevere, quindi il primo ponte di Roma, e sembra che lassù venissero praticati alcuni riti sacrificali, con sacrifici umani: e la cosa mi pareva suggestiva per un racconto fanta-storico nel quale confluissero elementi diversi, in cui si potesse anche immaginare un congiungimento di tempi diversi, tempi intesi proprio come epoche storiche, con un passato presente che sopravvive.

Il racconto l’ho scritto tutto a Todi, in campagna, e l’ho scritto addirittura mentre lo stavano già girando; convincemmo infatti la Rai a farcelo produrre sulla base solo del soggetto, senza quindi una sceneggiatura già compiuta. Dicevo, scrissi la sceneggiatura a Todi con l’aiuto di un mio collaboratore che stava a Roma, e siccome non esisteva neppure internet lui stava fisso in biblioteca in città e mi faceva avere fotocopie su fotocopie di testi e fonti. Era un mondo “libresco” sterminato al quale sono ricorso, ed è stato molto piacevole, un’esperienza analoga alla stesura di Magnificat, quando la ricerca storica sul medioevo mi fece vivere una sorta di ebbrezza, mi esaltò e mi eccitò. È evidente che l’idea del racconto si fonda su questo paradosso: un ragazzo che i genitori sanno essere negli stati uniti viene ritrovato cadavere nel Tevere a Roma, e dare una risposta e giustificare in modo razionale queste due circostanze apparentemente in totale disaccordo, di incongruenza totale, risposta che pretende una buona dose di follia per accreditarla, e non nascondo fosse  molto eccitante da portare avanti.

Sono quindi partito da lì per inoltrarmi in un percorso fatto di tante cose: sette, culti, un mondo sinistro e che allora mi diede la sensazione di un successo che invece, all’inizio, proprio non ci fu, ma per causa anche della Rai che non fece nulla per farlo accadere. Se le cose fossero andate diversamente, se Voci Notturne avesse avuto la presa che pensavo, ma fin dall’inizio, avevo tutta l’intenzione di continuare a scrivere altre storie di questo ambito, perché sono storie che ad un narratore danno un’ebbrezza creativa unica. Poi in tempi recenti la fanta-storia, come la chiamo io, ha avuto un epigono eccellente in Dan Brown e le sue storie miliardarie, che sono però distanti anni luce dal mio mondo. Immaginare di inventare contesti in cui la situazione letteraria e storica si intreccia è qualcosa di magnifico… almeno per me.

La fama di Voci Notturne è andata ingigantendosi nel tempo, ma la Rai non ha creduto nel progetto fin dall’inizio come ha detto anche lei, e si vede dalla programmazione ballerina…

Sì, è stata una cosa tremenda, hanno anche fatto due episodi in una sera stessa, poi l’hanno spostata per una partita: io non credo che ci fosse una volontà! Non alludo a nessuna forma complottistica nei riguardi di Voci Notturne, ma sicuramente il fatto che in Rai non si riconoscesse il merito, non si sia riproposto il programma…

Quindi l’idea del remake è ormai naufragata?

Non è detto, mai dire mai, ma io penso, sono convinto che sia una bella storia, secondo me ha questa grande prerogativa, drammaturgicamente parlando, quella di imporsi subito all’attenzione fin dalla prima visione: insomma, questo ragazzo morto sul Tevere che ritorna nelle telefonate… bè, uno che lo vede all’inizio non lo lascia più!

articolo su www.weirdmovies.itPassando al suo cinema, in cui si inserisce chiaramente Voci Notturne, il gotico è stato presente fin dall’inizio, da Balsamus a Thomas, due film molto interessanti e dimenticati, che però lei ha definito il primo “imbarazzante” e il secondo un “errore”. Come mai?

Sono dei film estremamente sperimentali, in cui io vivo una sorta di imbarazzo, perché contrariamente a quanto avevo immaginato, ritenendo di avere già individuato una mia autonomia totale, in realtà questi due film pagano un prezzo elevatissimo al ‘68, a quell’ambiente per il quale veniva messo in discussione, attraverso proposte che si giustificavano solo nella provocazione, tutto quello che rifiutava ogni cosa che imponeva il “nuovo”. Balsamus e Thomas vivono questa supponenza che io sono andato via via a ridurre, a ridimensionare, a riconsiderare. In quei due film cercavo in ogni momento di stupire a tutti i costi, non c’è una sequenza in cui rinunciavo a sembrare sempre diverso.

Questo dimostra chiaramente un’ingenuità di fondo, che poi può anche essere apprezzabile, però è una mancanza totale di conoscenza, di controllo dello strumento che sto utilizzando. Ho iniziato a fare il cinema senza avere una vera guida.

I film sono figli dell’epoca in cui sono girati?

Ma non dovrebbe essere così! Sì, un po’ lo sono, io ho fatto di tutto perché non lo fossero. Poi sennò diventano datati, come i farmaci e il latte, e dopo purtroppo bisogna gettarli. Ci son certi film che rivisti oggi uno pensa “ma questo regista era pazzo…”, si capisce che appartenevano troppo a quel tempo. Sono come i dischi dell’estate, come i Righeira, i 45 giri… ci si chiede, ma è possibile indossassimo pantaloni a zampa d’elefante? (ride).

Parlando invece di abiti che non vanno mai fuori moda, parliamo de La casa dalle finestre che ridono e Zeder, film che hanno fatto scuola, capolavori entrati nella Storia del cinema italiano. In una delle sue autobiografie, “Sotto le Stelle di un Film” scritte da lei e, come sempre nei suoi scritti, piene di emozione e commozione, parlando de La casa ha messo “L’Umiltà 1” e “L’Umiltà 2”… come mai?

Perché sono film che resistono al genere. Quando un autore, ma scritto minuscolo eh!, si approccia al “genere”, quando lo si affronta, per riconoscerne le regole occorre una grandissima dose di umiltà, bisogna obbedire al patto con lo spettatore appassionato di quel tipo di film al quale tu prometti qualcosa, che in un certo senso lui si aspetta. Ci sono una serie di elementi chimici che lo compongono e lo rendono tale, ai quali tu non puoi assolutamente sfuggire. Quindi, da quella forma di anarchia totale, quel delirio di onnipotenza che contrassegnava i miei primi due film di cui abbiamo parlato prima, nel momento in cui mi sono deciso a fare qualche gradino per approcciare un genere ben definito, sono dovuto passare all’osservanza di quelle regole universali rispettate da tutti quelli che fanno quel genere lì.

(L’intervista completa a cura di GianLorenzo Franzì sul libroVoci Notturne)

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